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Dal Molin: il punto della situazione

Sono ormai una ventina le gru all’interno dell’area del Dal Molin; e, mentre i residenti osservano ironicamente che laddove c’erano gli aironi, ora ci sono le gru, ma di metallo, la battipali prosegue nella sua opera, bucherellando sistematicamente la più grande falda acquifera del nord Italia. Dovevano essere alcune centinaia i pali conficcati nel terreno – come recita il progetto approvato dalla Regione Veneto – e invece saranno 1.800: l’extraterritorialità, evidentemente, permette questa flessibilità.

Nel frattempo, nelle scorse settimane, il Presidio Permanente ha documentato lo scempio del bosco di alberi decennali, distrutti per far posto a ruspe e betoniere: centinaia di tronchi letteralmente sgretolati da un’enorme “pinza” comandata da un caterpillar. Dovevano essere tutelati dalla Forestale la quale, però, se ne è lavata le mani: «nessun legno di pregio», ha detto alla stampa il comandante, come se il valore di un albero vivo all’interno di un territorio urbano possa essere monetizzato in base alla sua qualità. E’, questa, l’immagine forse più emblematica della violenza che sta subendo il territorio vicentino, dove la superficie militarizzata supera ormai quella del centro storico o della zona industriale.

E produce ulteriore militarizzazione, con i blindati dei carabinieri e della polizia parcheggiati all’imboccatura delle strade e degli argini che portano alle recinzioni dell’aeroporto, come monito dello Stato contro chiunque pensi di poter mettere i bastoni tra le ruote alla sua imposizione. Nel cantiere è un via vai continuo di camion e mezzi da lavoro; dall’alba e oltre il tramonto si lavora per innalzare muri, rafforzare recinzioni, spianare e cementificare prati. L’Arpav, intanto, ha assicurato che i rumori prodotti dal cantiere rientrano nelle tabelline che fissano i massimi consentiti dalla legge; se qualche cittadino non ne può più dell’incessante battere e del continuo sferragliare probabilmente è un problema del suo udito troppo fino: le orecchie meccaniche degli strumenti di rilevazione dell’Agenzia regionale per la prevenzione e la protezione ambientale del Veneto, infatti, hanno registrato valori di pochi decibel inferiori a quelli previsti dalla legge e, dunque, è tutto a posto.

Alla fine dello scorso mese Outlook Newspaper – il settimanale interno delle forze armate statunitensi – ha raccontato la visita al cantiere di un gruppo di spose dei soldati nordamericani; una scelta evidentemente politica e comunicativa: quelle donne sono state portate all’interno del cantiere – nello stesso luogo in cui sono stati sbattuti in faccia al sindaco della città i cancelli – per far vedere chi comanda sul territorio vicentino. Ed è significativo che, in una città in cui le donne sono da sempre in prima linea nella mobilitazione contro il progetto, chi quella base la vuole imporre abbia scelto proprio le consorti dei soldati come simbolo della propria arroganza.

E’ la Vicenza 2020 disegnata dai generali statunitensi; una città a più cittadinanze: gli statunitensi che possono vivere l’intero territorio, preparandosi alla guerra all’interno delle strutture militari e facendo a pugni nei locali vicentini (sono sempre più numerosi i fatti di cronaca nera che coinvolgono i soldati a stelle e strisce), e i cittadini italiani che saranno sempre più stranieri in casa propria. Non a caso, recentemente Turi Vaccaro è stato definito “clandestino” per essere entrato all’interno del Dal Molin con l’intento di seminare.

La stessa amministrazione comunale che viene presa a pesci in faccia dal comando statunitense, intanto, promuove il “Manifesto sul clima per Vicenza”; la Giunta del Pd, infatti, riconosce il valore inestimabile dell’acqua e dei fiumi che attraversano la città berica e ritiene doveroso tutelare e valorizzare questo patrimonio; tanto da progettare – perché, per restare in tema di acqua, piove sempre sul bagnato – il raccordo a 4 corsie tra le due principali installazioni militari statunitensi (Ederle e Dal Molin) lungo l’argine del fiume Bacchiglione, che costeggia il Dal Molin per un lungo tratto. Come a dire che, quando si tratta degli interessi militari statunitensi, anche la devastazione ambientale è extraterritoriale. Non lo è, invece, l’opposizione a questi progetti che, nonostante tutto, continua ad avere radici piantate – sotto forma degli ormai noti tendoni – nei campi di Ponte Marchese; e che promette di essere ancora in strada nel 2010. Insomma, il taglio del nastro della nuova base – previsto nel 2012 – è ancora lontano dall’essere realtà.

venerdì 11 dicembre 2009


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