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L’esercito Usa lascia Vieques

«Ce ne dobbiamo andare perché li non ci vogliono»

Questa è una di quelle storie che vanno ascoltate e diffuse il più possibile. Ciò che Vieques è riuscita ad ottenere ci fa capire che anche il movimento di Vicenza è sulla buona strada. Una strada difficile ma possibile e Carmen Valencia Perez l’ha dimostrato oggi venendoci a trovare al festival No Dal Molin.

Protagonista, suo malgrado, di questa vicenda da quando aveva cinque anni, ci ha raccontato l’ennesimo abuso perpetrato dal governo statunitense per mano del suo esercito, in questo caso la marina.

Il terrorismo che il governo statunitense dice di voler combattere, lei replica di averlo vissuto a casa sua, la notte, quando i militari ubriachi uscivano dalla loro base per entrare nelle case della sua gente. Famiglie costrette a trascorrere le notti lontano dalle loro abitazioni e altre, non arrendendosi alla situazione, si barricavano in casa preparandosi ad affrontarli con i machete che un tempo erano utilizzati nelle piantagioni di canna da zucchero. Per far posto al sito militare anche quei terreni vennero espropriati lasciando gran parte della popolazione senza alcuna attività lavorativa possibile.

L’insostenibile situazione, gli abusi e il giustificato timore di vedersi sottrarre anche l’esigua striscia di terra in cui erano stati reclusi, ha dato a Carmen e agli altri abitanti di Vieques la forza per alzare la testa e reagire.

La lotta è cominciata grazie ai pescatori dell’isola, cui venne per primi impedito di lavorare proibendo la pesca nelle acque intorno ai terreni che si dovevano espropriare. In seguito cominciarono a riunirsi ed organizzarsi i lavoratori delle piantagioni, ora forzatamente disoccupati: prima gli uomini, con le donne nelle retrovie ad occuparsi di tutto il resto; è stata poi la volta delle donne, tra cui lei, che hanno deciso di andare in prima linea invece di aspettare che gli uomini venissero deportati ed arrestati.

Nel 1999 la morte di un poliziotto locale causata da una delle esercitazioni militari é stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso; da tempo si susseguivano proteste per l’alto livello di contaminazione provocato soprattutto dai famigerati proiettili all’uranio impoverito usati dagli americani, prima causa, a quanto pare, dell’alta incidenza di tumori tra i locali. Gli abitanti di Vieques hanno quindi deciso di dar vita ad un “presidio permanente” davanti ai cancelli della base. Per un anno intero nessuno aveva tempo di riposare: turni ad oltranza, con famiglie intere a passare le notti lì. Incessanti blitz, manifestazioni e proteste, fino a cambiare i lucchetti di accesso al poligono ed impedire fisicamente ai militari e agli approvvigionamenti di circolare.

Non ci sono limiti quando si deve far sentire la propria voce: si sono rivolti a tutti, dalle Chiese (sono anche venuti in delegazione a Roma dal Papa) alle figure politiche nazionali ed internazionali, ed hanno usato ogni strumento, anche le lacrime quando necessario.

Il tutto nel rispetto di principi che guidano anche il movimento No Dal Molin: l’intransigenza e la non violenza.

Amy Kristine Holmes, assistant professor dell’American University, ci ha spiegato come non esista un principio unico che pianifichi la chiusura delle basi militari USA al di fuori del territori confederali. La storia recente dimostra come questo tipo di decisioni venga presa solo nel caso in cui l’opposizione dei governi o movimenti locali sia tale da impedire lo svolgimento degli addestramenti o metta a rischio l’incolumità delle persone che lavorano al loro interno.

Ecco perché, spiega Amy, la storia di Vieques è una storia vincente: impedendo i movimenti dentro e fuori la base, ostacolando le attività militari, affrontando i militari ubriachi a protezione della popolazione, la popolazione locale ha fatto capire agli USA che era meglio levarsi di lì. E finalmente nel 2003 una comunicazione ufficiale ha informato che le operazioni militari sarebbero terminate entro maggio di quell’anno.

L’obiettivo raggiunto è importante ma rappresenta solamente la prima delle quattro “D” che Vieques ha deciso di raggiungere: desmilitarizaciòn, descontaminciòn, devoluciòn de los terrenos e desarrollo. Dopo aver ottenuto la totale smilitarizzazione dell’isola, si vuole che dall’area vengano eliminati tutti i materiali e gli agenti inquinanti prodotti negli oltre 60 anni d’attività del poligono di tiro. Quindi i terreni dovranno essere resi nuovamente coltivabili e permettere così lo sviluppo che gli abitanti vogliono per la loro terra. Contro le basi di guerra.

sabato 5 settembre 2009


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