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Indipendenti dalle basi di guerra per essere indipendenti di costruire il nostro futuro, insieme
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Sono tre anni di mobilitazione quelli che abbiamo alle spalle; un tempo lungo e al contempo breve durante il quale la nostra mobilitazione ha imparato nuovi linguaggi, è cresciuta nella consapevolezza e nella determinazione, ha saputo mettere insieme le tessere di un puzzle complicato quanto ampio che parte da un prato a nord di Vicenza per abbracciare l’intero mappamondo.
Scendere in piazza contro la costruzione di una nuova base militare significa guardare alla propria città e al globo; intersecare la necessità di fermare la guerra con la voglia di partecipare alle scelte che riguardano la nostra quotidianità; rifiutare una colata di cemento e costruire strumenti di valorizzazione e difesa dei beni comuni.
NoDalMolin significa un altro mondo possibile. Significa dire basta al massacro della guerra rifiutandosi di ospitare nel proprio giardino strumenti di morte e distruzione; rivendicare la propria dignità di uomini e donne che non accettano di far decidere ad altri il proprio futuro e che respingono con la propria determinazione l’arroganza di chi vuol governare con l’imposizione; costruire nuove forme di convivenza comunitaria dove a determinare le relazioni non sono gli indici di borsa, ma la cooperazione e la condivisione; guardare i prati e i corsi d’acqua, le strade e i quartieri con la consapevolezza che questo territorio, fragile e limitato, ci è stato dato in prestito dalle generazioni che verranno dopo di noi.
All’Aquila si riuniranno ancora una volta coloro che si sono proclamati i grandi della terra. «Laddove fanno il deserto – scriveva Tacito – lo chiamano pace»; parole drammaticamente reali anche nel XXI secolo, a cui bisogna aggiungere, quantomeno, che laddove fanno un disastro ambientale, lo chiamano sviluppo. E lo fanno riempendosi la bocca di un concetto nobile quanto calpestato, quello di democrazia.
Tornare in strada contro la realizzazione del progetto militare statunitense significa dichiarare la propria indipendenza rispetto a tutto questo: non vogliamo più essere legati alle catene del dominio e della guerra, non vogliamo più accettare i mattoni e il cemento che arricchiscono pochi, non vogliamo più essere sudditi di chi crede di governarci col comando e l’imposizione.
Vogliamo scrivere di nostro pugno la quotidianità. Il nostro linguaggio è la partecipazione; si articola in forme dialettali che variano dalla Val di Susa all’Abruzzo, dalla Selva Lacandona alla foresta peruviana; ma è, anche, un idioma internazionale, con il quale una moltitudine di comunità scrive, giorno dopo giorno, la fiaba delle donne e degli uomini che non si arrendono, non accettano, si ribellano. E che, come ogni fiaba che si rispetti, non potrà che avere, prima o dopo, un lieto fine.
Il 4 luglio, dunque, scriviamo una pagina d’indipendenza. Indipendenti dalle basi di guerra per essere indipendenti di costruire il nostro futuro, insieme: è per questo che vogliamo liberare la nostra terra.
Cristicchi in anteprima
venerdì 3 settembre 2010
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