Warning: array_shift() [function.array-shift]: The argument should be an array in /web/htdocs/www.nodalmolin.it/home/config/ecran_securite.php on line 283
La sconvolgente storia di Diego Garcia | No DalMolin

Questa terra è la nostra terra.


12 agosto 2009

La sconvolgente storia di Diego Garcia

 

A volte basta una tragedia, un solo crimine per spiegare come funziona l’intero sistema che si nasconde dietro un’apparente democrazia, per aiutarci a capire quanta parte del mondo si dà da fare a favore dei potenti e come sanno mentire i governi. Per comprendere la catastrofe dell’Iraq, e di tutti gli altri Iraq disseminati lungo la scia di sangue e lacrime della storia imperiale, è sufficiente soffermarsi sul caso dell’isola Diego Garcia. La storia di Diego Garcia è sconcertante, quasi incredibile. Colonia britannica nel mezzo dell’Oceano Indiano a metà strada fra Africa e Asia, Diego Garcia è una delle sessantaquattro isole coralline dell’arcipelago delle Chagos, un fenomeno di bellezza naturale e, un tempo, paradiso di pace.

I telegiornali ne parlano di sfuggita: «La scorsa notte bombardieri americani B-52 e Stealth sono decollati verso l’Iraq (o l’Afghanistan) dall’isola britannica disabitata di Diego Garcia». Dietro la parola «disabitata» si celano gli orrori che la videro protagonista. Negli anni Settanta il ministro della difesa britannico pronunciò questa epica menzogna: «Nei nostri archivi non c’è traccia né di popolazione né di evacuazione dall’isola».

I primi insediamenti a Diego Garcia risalgono alla fine del diciottesimo secolo, quando oltre duemila creoli vivevano in tranquilli e fiorenti villaggi, avevano una scuola, un ospedale, una chiesa, una prigione, una ferrovia, un porto e una piantagione di copra. Un filmato girato da alcuni missionari negli anni Sessanta mi ha fatto capire perché tutti gli abitanti dell’arcipelago che ho incontrato la definiscono un paradiso; in una sfocata sequenza gli adorati cani degli isolani catturano i pesci della laguna riparata da un tetto di fronde di palma.

La fine del paradiso iniziò nel 1961, quando un contrammiraglio americano sbarcò sull’isola e decise di farne quella che oggi è una delle basi americane più grandi del mondo. Al momento vi si trovano più di duemila soldati, l’ancoraggio di trenta navi da guerra, un deposito nucleare, una stazione satellitare, vie commerciali, locali, un campo da golf. Gli americani la chiamano «Camp Justice».

Cospirazione segreta

Durante gli anni Sessanta il governo laburista inglese di Harold Wilson cospirò in gran segreto con due amministrazioni americane per «ripulire» e «bonificare» le isole: queste furono le parole utilizzate. I documenti rinvenuti nei National Archives di Washington e nel Public Record Office di Londra offrono un clamoroso resoconto delle menzogne ufficiali adottate - menzogne fin troppo familiari per chi ha raccontato quelle sull’Iraq.

Per liberarsi della popolazione il ministero degli esteri britannico inventò un pretesto: gli isolani erano lavoratori con contratto a tempo determinato e potevano essere «rispediti» a Mauritius, distante circa mille miglia. In realtà, molte persone abitavano l’isola da cinque generazioni, come testimoniavano i loro cimiteri. Lo scopo, come scrisse un ufficiale del ministero degli esteri nel gennaio 1966, «è di convertire gli attuali cittadini in residenti (...) temporanei a breve termine».

I documenti rivelano anche una dispotica attitudine alla violenza. Nell’agosto 1966 sir Paul Gore-Booth, sottosegretario permanente del ministero degli esteri, scrisse: «Non dobbiamo cedere di un passo. Lo scopo dell’operazione era di conquistare degli scogli che continueranno a essere nostri. Non rimarranno indigeni, a eccezione dei gabbiani». Segue una nota scritta a mano da D. H. Greenhill, poi barone Greenhill: «Insieme ai gabbiani c’è qualche Tarzan e qualche Venerdì...».

Sotto il titolo di «Avallare la finzione», un altro ufficiale esorta i colleghi a ridefinire la popolazione come «nomade» e a «stabilire una regolamentazione in corso d’opera.»

Non una parola per le vittime. Un solo ufficiale sembrò paventare un’eccessiva esposizione e giudicò «estremamente inopportuno dichiarare, in modo più o meno fraudolento, che quella gente apparteneva a un altro luogo». I documenti dimostrano che l’operazione di copertura fu approvata dal primo ministro e da almeno tre ministri di governo.

«Gassate i cani»

All’inizio gli isolani vennero ingannati e indotti ad andarsene. Chi si trovava a Mauritius per cure mediche urgenti non poté ritornare. Mentre gli americani cominciavano ad arrivare per costruire la base, sir Bruce Greatbatch, governatore delle Seychelles incaricato della «bonifica», ordinò che tutti i cani di Diego Garcia venissero uccisi. Quasi mille animali furono radunati ed eliminati con i gas di scarico dei veicoli militari americani. «Portarono i cani in una fornace dove lavoravano i nostri», racconta Lizette Tallatte, oggi sessantenne, «e mentre i cani ci venivano strappati via sotto gli occhi, i bambini strillavano e piangevano».

La gente lo prese come un avvertimento. Chi era rimasto fu caricato sulle navi e poté portare con sé solo una valigia. Si lasciarono dietro le loro case, i mobili, le loro vite. Durante un burrascoso viaggio di sola andata, i cavalli della compagnia della copra occuparono il ponte, mentre donne e bambini furono costretti a dormire su un carico di guano. Arrivati alle Seychelles, vennero condotti a passo di marcia in una prigione sulla collina dove rimasero fino al trasferimento a Mauritius. Lì vennero scaricati sulla banchina.

Durante i primi mesi di esilio, la lotta per la sopravvivenza fu segnata da frequenti suicidi e morti dei bambini. Lizette ha perso due figli. «Il dottore disse che non poteva curare la tristezza», ricorda. Rita Bancoult, oggi settantanovenne, ha perso due figlie e un figlio. Racconta che quando il marito seppe che non sarebbero più potuti tornare a casa, ebbe un infarto e morì. La comunità di Diego Garcia fu devastata dalla disoccupazione, dalla droga e dalla prostituzione, fenomeni un tempo sconosciuti. La sua gente ha ricevuto un risarcimento dal governo britannico solo dopo più di un decennio: meno di tremila sterline a testa, troppo poche per coprire i debiti.

Blair, il peggiore

Il comportamento del governo di Tony Blair può definirsi per molti versi il peggiore di tutti. Nel 2000 gli isolani avevano riportato una storica vittoria presso l’Alta corte, che giudicò illegale la loro espulsione. Ma a poche ore dalla sentenza, il ministero degli esteri dichiarò che gli isolani non avrebbero potuto tornare a Diego Garcia per via di un «trattato» con Washington - di fatto un accordo tenuto segreto dal parlamento e dal Congresso degli Stati uniti. Uno «studio di fattibilità» avrebbe giudicato la possibilità di insediamento sulle altre isole dell’arcipelago. L’iniziativa è stata definita dal professor David Stoddart, autorità mondiale sulle isole Chagos, «una complessa e inutile sciarada». Lo «studio» non ha consultato neanche un isolano e ha rilevato che le isole stavano «sprofondando», una bella novità per gli americani che stanno costruendo sempre più infrastrutture; la marina degli Stati uniti arriva a descrivere le condizioni di vita come «incredibili».

Nel 2003, nel corso di un’altra ormai famigerata causa presso l’Alta corte, gli isolani si videro negare anche il risarcimento. La corte permise all’avvocato del governo di aggredirli e umiliarli durante le loro deposizioni mentre il giudice Ousley parlava al plurale, come se la corte e il ministero degli esteri formassero un’unica fazione. Lo scorso giugno il governo si è appellato a un’antica prerogativa reale per annullare la sentenza del 2000. È stato emanato un decreto che bandisce per sempre gli isolani dalla loro terra. Quarant’anni fa lo stesso potere totalitario decretò in segreto la loro espulsione. Blair se ne è servito per autorizzare l’attacco illegale all’Iraq.

Guidati da un uomo fuori dal comune, l’elettricista Olivier Bancoult, e supportati dal tenace e valente avvocato londinese Richard Gifford, gli isolani sono pronti ad affrontare la corte europea e ad andare anche oltre. L’articolo 7 dello statuto del Tribunale penale internazionale descrive la «deportazione o il trasferimento forzato di popolazioni (...) con l’espulsione o altri atti coercitivi» come un crimine contro l’umanità. Mentre i bombardieri di Bush decollano dal loro paradiso, la gente delle isole Chagos, afferma Olivier Bancoult, «non permetterà che si commetta questo crimine. Il mondo sta cambiando; vinceremo».

Tratto da Il Manifesto del 4 ottobre 2004

TAG: Il Manifesto Usa
Rassegna stampa
In primo piano
il totem delle grandi opere
Multimedia