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Afghanistan oggi, sguardo di donne | No DalMolin

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vicenza
9 dicembre 2013

Afghanistan oggi, sguardo di donne

 

Sabato 7 dicembre abbiamo incontrato Malalai Joya. Serata emozionante, con un pubblico attento e molto partecipe. Malalai ci ha aggiornato sulla situazione del suo martoriato paese. Dopo 12 anni di presenza di truppe statunitensi e NATO, la situazione è molto lontana da quello che i media ci raccontano.

Su una popolazione di 27 milioni di afgani, circa 22 milioni vivono sotto la soglia di povertà, e la condizione delle donne è allarmante.

Il governo, sostenuto dagli Stati Uniti, è composto da personaggi corrotti, signori della guerra e signori della droga, con idee retrograde e fondamentaliste che non li rendono molti diversi dai talebani, ed il paese si colloca ai primi posti fra i paesi più corrotti al mondo.

Inoltre gli statunitensi, che hanno iniziato la “guerra al terrore” contro i talebani, sbandierando intenzioni di democratizzazione del paese, difesa dei diritti delle donne e più in generale dei diritti umani, ora stanno trattando proprio con le frange più estremiste dei talebani, che non sarebbero più nemici, e li invitano ad entrare nel governo “democratico” dell’Afghanistan, in vista di una supposta riconciliazione nazionale, in barba ad ogni istanza di giustizia per tutte le vittime di un ventennio di crimini di guerra.

Intanto continuano a perpetrarsi violenze sulle donne, che solo nelle grandi città hanno accesso ad istruzione e lavoro, ma nelle città minori e nelle zone rurali vivono in una condizione di assoluta soggezione all’uomo, spesso cedute, ancora bambine, in cambio di partite di oppio o di generi di prima necessità.

L’ottanta per cento delle donne afgane subisce abusi e maltrattamenti, e non sono rari i casi di autoimmolazione, con donne che, per sfuggire ad una vita durissima di privazioni, si danno fuoco.

La popolazione afgana ora è schiacciata sotto il peso di tre nemici: da un lato i talebani, dall’altro il governo mafioso e corrotto, ed infine le truppe statunitensi e NATO, che con i loro raid aerei mietono vittime civili, e terrorizzano la popolazione, oramai allo stremo.

Per questo la prima ed urgente richiesta di Malalai è il ritiro immediato delle truppe straniere, dal momento che, con il loro ritiro, verrebbe a mancare il sostegno politico ed economico a questo governo impresentabile, e potrebbero aprirsi spiragli di speranza per il popolo afgano. Molti sono infatti i giovani che militano in movimenti e partiti democratici antigovernativi, e su questi si riversano le speranze e le aspettative di Malalai, che, seppur costretta ad una vita in clandestinità, dopo i ripetuti attentati subiti, continua a far sentire la sua voce e ad adoperarsi per il suo popolo.
Lo scopo principale dei suoi viaggi? Far conoscere la realtà, e soprattutto sollecitare tutti noi ad unire le forze, per far pressione sui nostri governi per un cambio di rotta radicale.

Accompagnava Malalai l’attivista del C.I.S.D.A. (Comitato Italiano di Sostegno alle Donne Afgane) Carla Dazzi, che ha illustrato i progetti sostenuti in Afghanistan, soffermandosi in particolare sul progetto “una capra per le donne afgane”,( http://www.365giorni.org/cosa-facciamo/progetti/578-un-capra-per-le-donne.html )di cui è la coordinatrice, portato avanti dall’Associazione “Insieme si può” di Belluno, in collaborazione con il CISDA. E’ un progetto che, tramite il coinvolgimento di associazioni locali attraverso progetti di microcredito, dona una capra alle donne più povere ed emarginate delle zone rurali, con l’impegno che ognuna di loro donerà poi ad un’altra donna il primo capretto nato, in una catena solidale fra donne, che, oltre a fornire una fonte di reddito, conferisce loro dignità ed autostima.

Commovente il saluto alla stazione domenica mattina, quando, vista la temperatura rigida, il pensiero di Malalai è andato ai suoi connazionali, che ogni inverno pagano un prezzo molto alto in termini di vite umane per gli stenti ed il freddo.
E pensare che, come denuncia Cecilia Strada, mantenere l’apparato bellico in Afghanistan solo all’Italia è costato 4 miliardi di euro, cifra che, se spesa opportunamente, avrebbe potuto trasformare il paese in una Svezia.

Gruppo donne No Dal Molin

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